“Venivano a grandi salti, e urlavano come animali inferociti,
esaltandosi delle loro stesse grida. Erano le maschere contadine.
Portavano in mano delle pelli di pecora secche arrotolate come bastoni,
e le brandivano minacciosi, e battevano con esse sulla schiena e sul capo
tutti quelli che non si scansavano in tempo”
C. Levi

Inizia con questo titolo un articolo apparso sul numero di Bell’Italia di Gennaio dedicato alla tradizione carnascialesca lucana.

E come non dargli torto.

Il Carnevale in Basilicata è un evento unico, una festa antica e affascinante, caratterizzata da rituali arcaici e maschere dalle sembianze animali che non ha eguali in altre parti d’Italia.

Priva dello sfarzo presente in altre città, il carnevale lucano è un carnevale…povero, prodotto con materiali che si ritrovavano nella civiltà contadina di un tempo.

Maschera alianese

Maschera alianese

Lo stesso Levi, nel Cristo si è fermato a Eboli, lo descrisse come una sorta di gregge di uomini-bestia che ancora oggi invade e rompe la monotonia dei vicoli di Aliano, dove il poeta trascorse il periodo di confino sotto il regime fascista tra il 1935 e 1936, di Tricarico e San Mauro Forte.

Sono tradizioni che ripropongono riti lontani nel tempo che si ricollegano alla mitologia greca e alla civiltà contadina.

Il carnevale di Aliano si svolge tra l’ultima domenica di gennaio e il martedì grasso, quest’anno il 9 febbraio, quando il borgo mette in scena un antichissimo rituale quasi tribale, durante il quale persone, trasformate in bestie, possono concedersi licenze e libertà che normalmente, sopratutto in passato, non era consentito prendersi.

Il capo dei figuranti è coperto da una enorme maschera rivestita da un gran numero di penne di gallo, dalla cui parte frontale spuntano pronunciate corna e lunghi nasi pendenti: le maschere cornute per l’appunto.

L’abito è costituito dai cauzenitt, mutandoni invernali, cinti trasversalmente da un nastro di cuoio da cui pendono numerosi campanelli di bronzo e finimenti di muli e cavalli. Una fascia di crine infine, circonda la vita. I gruppi costituiti da giovani percorrono il paese armati di ciuccigno, una sorta di manganello flessibile e al quale si riferiva lo stesso Levi, con il quale colpiscono soprattutto giovani donne (evidente allusione sessuale). I figuranti procedono a grandi salti, portando in mano pelli di pecora arrotolate come bastoni che aggiunte alle maschere, assumono atteggiamenti minacciosi e chiassosi.

L’ultima domenica di Carnevale, nella piazza del paese si tiene la fras, una rappresentazione sarcastica durante la quale si fa riferimento a fatti e personaggi della realtà locale.

tricarico-maschere

Oltre al carnevale di Aliano, il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali domestici, un frastuono di campanacci e sciami di nastri colorati invade e sveglia il paese di Tricarico sin dalle prime luci dell’alba.
Anche qui ci sono figuranti travestiti da mucche e da tori che rappresentano una mandria in transumanza.
Il gruppo così composto sfila per le vie del paese, attraversandone i quartieri della Rabatana, della Saracena e della Civita, suonando fragorosamente campanacci di varie dimensioni e mimando l’andatura ed i movimenti degli animali.

L’ màsh-k-r, nel dialetto tricaricese, iniziano all’alba quando i fedeli agghindati di nastri, collanine e perline colorate si riuniscono intorno alla chiesetta dedicata a Sant’Antonio Abate, situata fuori dal centro abitato, e accendono u’ fuoc’ in Suo onore.

Tra la folla travestita spiccherà il Capomassaro dotato di folti baffi bianchi ed un cappello sul quale spesso campeggia l’immagine di Sant’Antonio che, dopo aver soffiato in un fischietto in terracotta indurrà tutti i campanacci riuniti a fare silenzio perchè sarà l’ora della funzione religiosa al termine della quale, “tori” e “mucche” riceveranno la benedizione del sacerdote.

In silenzio per pochissimi minuti al gesto sussultorio del bastone del Capomassaro, tori e vacche, inizieranno a suonare con fragore i loro campanacci, costringeranno i visitatori a tapparsi le orecchie e gli spiriti maligni a scappar via.

Il Capo staccandosi dalla folla farà poi tre giri intorno alla chiesa seguito da tutti gli altri. Durante questi giri e durante tutta la giornata, i tori e le vacche si uniscono in un vorticoso ballo mimando la monta e attirando l’attenzione dei “massari” che, con urla e bastoni, tenteranno di separarli. La “mandria”, procederà, quindi, verso il centro storico per percorre gli antichi rioni.

I travestimenti si dividono in quelli vestiti da mucche, agghindati da un cappello a falda larga coperto da un foulard o un velo, lunghi nastri multicolore che scendono fino alle caviglie e da calzamaglia (anche gli antichi mutandoni di lana vengono ripresi per l’occasione) anch’essa decorata con nastri o foulards i quali, a volte, decorano anche il collo, le braccia e i fianchi; e quelli travestiti da toro, completamente vestiti di nero, compresi cappello e calzamaglia, con lunghi nastri rossi che ancora una volta, scendono fino alle caviglie. La sfilata è costituita dai soli uomini ed interdetta alle donne, anche se ultimamente la tradizione è stata un po’ stravolta.

I partecipanti mimano durante la “transumanza” l’andatura e i movimenti degli animali, comprese le “prove di monta”, quando, cioè, i tori sfuggono al controllo del massaro (la sfilata si è arricchita nel tempo di figure quali il vaccaro, il massaro e i suoi abitanti) per inscenare l’accoppiamento con le vacche. Si assiste così a una danza vorticosa e colorata che ripropone il tema della fertilità. Succede spesso che, contrastando il volere del capomassaro, la mandria decida anche il percorso da seguire onde ottenere la più gradita offerta dagli abitanti del luogo: salsiccia saporita e vino.

Il corteo delle maschere si ripete solitamente l’ultima domenica prima della chiusura del carnevale, 22 febbraio 2009, prima del martedì grasso.

Il comune è unita in gemellaggio con San Mauro Forte dal 2008 poichè condivide lo stesso modo di festeggiare il carnevale.
Tricarico e le sue maschere nel 2009 sono entrate a far parte della FECC, Federazione Europea Città del Carnevale (Federation of European Carnival Cities).

Sfilata dei campanacci a San Mauro Forte

Sfilata dei campanacci a San Mauro Forte

Anche a San Mauro Forte, infatti, un suono cupo, roboante di campanacci si alzerà dal silenzio della notte e ingloberà tutti i sanmauresi, unendoli in un gesto comune. Il suono di queste grosse campane, simili a quelle che le mucche portano al collo durante la transumanza ricorda la scena dei “coribanti”, severi sacerdoti che ai tempi della Frigia e della Grecia passavano danzando attorno ai fuochi in onore della dea Cibele.

Il carnevale termina a San Mauro all’alba del 17 gennaio, festa di S. Antonio, protettore della gente povera e dei maiali; durante tutta la festività gruppi di uomini e fanciulli di ogni età girano numerosi per le strade del paese, provvisti di enormi campanacci che vengono suonati tenendoli abilmente tra le gambe. Quest’ultimi sono allusione a simboli fallici e alla sessualità:

– i campanacci “maschi” sono lunghi ed hanno il batacchio che fuoriesce dalla bocca dell’oggetto pochi centimetri;

– i campanacci “femmine” sono bombate e larghe.

Ai campanacci è attribuita una funzione propiziatoria: ad essi tocca il compito di stanare ogni forma di malanno e assecondare la fecondità nei campi, nonché favorire l’abbondanza delle messi. Sui mantelli che rappresentano l’abbigliamento tipico degli uomini dei campanacci, e sui cappelli di paglia, spesso ricavati da qualche vecchia damigiana, sono, infatti, allocati spighe di grano.

I gruppi di suonatori iniziano il loro girovagare con tre giri intorno alla chiesetta di San Rocco,  dov’è custodita e venerata la statua dedicata a S. Antonio Abate. Essi in passato nel loro peregrinare erano accompagnati da un piccolo maiale, dotato anch’esso di campanella: riferimento all’attributo iconografico che spesso accompagna il Santo e che veniva ucciso al termine della festa.

E’ inutile dire che ci troviamo di fronte alla ripresa di usi arcaici, di riti ancestrali che tanto colpirono illustri studiosi e letterati come Carlo Levi, Ernesto De Martino e Rocco Scotellaro; immagini e suoni che, ancora oggi, catturano l’attenzione e la memoria degli spettatori. Un rito che si celebra da oltre mille anni la cui chiave di lettura ancora poco chiara potrebbe essere vista nel riscatto che le classi meno abbienti manifestavano sulle classi colte, diventando protagonisti per un giorno nel mettere in scena queste gesta; non solo ma, possiamo parlare, ancora una volta, di traslazione in chiave religiosa, di usi pagani: il carnevale tricaricese, infatti, è stato configurato anche dallo stesso De Martino, come un sincretismo della cultura greca con quella italica dei lucani-sanniti che hanno spodestato gli enotri nel VI sec. a. C.

Satriano il rumita

Satriano il rumita

Tra i centri coinvolti nelle rappresentazioni carnevalesche non potevamo non inserire il carnevale di Satriano di Lucania, considerato uno degli ultimi riti arborei sopravvissuti nella loro integrità, che ripropone l’antico dramma dell’emigrazione. Nei giorni di domenica e martedì grasso è possibile veder sfilare, per le vie del paese, oltre ai carri artistici, anche due maschere tradizionali: il romita (o eremita, in dialetto satrianese ‘rumita’) e l’orso.

orso_rumita_satriano_di_lucaniaIl romita (o eremita) è il satrianese che è rimasto, povero, nel suo paese natio: vestito di sola edera, conserva i legami con la propria terra e per questo esprime ballando e con gli altri la sua felicità; l’orso rappresenta, invece,  l’emigrante arricchito, ritornato nei luoghi natii, ricoperto di pelli preziose ma privo della propria identità culturale, incapace di comunicare con i suoi compaesani; vaga per questo muto e isolato dal resto del gruppo.

Satriano, Quaremme

Satriano, Quaremme

Altra maschera presente nel corteo è quella della Quaresima, che ha il compito di portarsi via, su una culla mantenuta in equilibrio sulla propria testa, il carnevale ormai finito.
La scena ricorda la vita dura di queste donne che, costrette a lunghi percorsi per raggiungere i campi, usavano portarsi dietro i loro bambini adagiati in una culla, solitamente sopra le loro teste.

Durante il loro girovagare le maschere raccolgono regali, e in modo particolare cibarie e vino, bussando alle porte delle case per fare la questua, in un contesto ricco di colori, suoni e scherzi caratteristici del Carnevale lucano.

In passato le due maschere giravano separatamente per i giri di questua: il rumita, con un bastone per bussare alle porte delle case al quale era legato un ramo di pungitopo o di ginestra, la domenica, mentre l’orso,  rivestito di pelli di capra, insieme al suo padrone contadino, il martedì grasso.

Per completare l’itinerario dedicato ai carnevali tipici lucani da non perdere sono quello di Montescaglioso e quello di Cirigliano.

Ogni festa che si rispetti è sempre legata alla tavola e alla buona cucina e per questo vi segnaliamo una ricetta tipica albanese da poter assaporare durante questo periodo: i tipici frazzul, una pasta fatta in casa secondo la tradizione contadina, condita solitamente con rafano grattuggiato che insaporisce quest’antico piatto.

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