Cielo limpido. Poca gente alle prime ore del mattino in una delle tante giornate di agosto tra vicoli e stradine di uno dei tanti centri storici lucani dove c’è sempre modo e tempo per scoprire scorci che non avevi colto, sfumature che avevi dimenticato, accompagnati da quel profumo di sugo così familiare che ti ricorda tanto casa.

Camminando non ti accorgi che le ore passano e che ad un tratto sei arrivato a una delle fontanelle di quartiere; anima delle nostre comunità e fonte di abbeveramento per i viandanti, spesso collocate in zone strategiche del paese o lungo i crocivia più importanti.
Quell’acqua limpida che sgorga ti fa venire sete e già pregustando il fresco sapore che bagnerà le tue labbra ti ritrovi ad aspettare il tuo turno.

E ti accorgi che altri prima di te stanno rivivendo un rito antico, vecchio ormai quanto il mondo, che si ripete ciclicamente: due bimbe in procinto di bere si raccolgono i capelli, chinano il corpo, inclinano il capo e ognuna bagna il viso e il collo accaldato.
Poi si scambiano i ruoli e il gesto continua ancora una volta, con la stessa cadenza, prima di riprendere il viaggio.

Peccato che la fonte a cui ci stiamo dissetando sia un anonimo ‘zampillo’ come lo chiamavamo un tempo perchè quell’antica fontana dal fusto in ghisa che si trova pochi metri più in là sotto la scala del salone parrocchiale è chiusa da tempo per evitare ‘inutili sprechi’. Eppure le fontanelle pubbliche, oggi in parte eliminate o chiuse, raccontano di storie, di chiacchiericci di paese mentre esse, emettendo un rumore sordo e sempre uguale, davano ristoro ai tanti pellegrini che vi si avvicinavano.

Un tempo le chiamavamo ‘funtanedd o funtan’ (fontanella o fontana) e rappresentavano, insieme a ‘pilacci’ (abbeveratoi) posizionati a crocicchi dei grandi tratturi, l’unica fonte di approvvigionamento d’acqua per paesani, contadini e greggi, prima che l’acquedotto, pugliese e poi lucano, portasse l’acqua direttamente nelle nostre case.

Le fontane pubbliche erano quasi tutte uguali: non erano opera di artisti eccelsi ma prodotte in serie, realizzate durante il ventennio fascista, fatte in ghisa, un materiale povero a paragone del marmo o della pietra, ma pratico e resistente e sebbene la ghisa fosse un materiale che sotto il sole si scaldava e tanto, l’acqua che ne usciva era costantemente fresca perchè scorreva in continuazione.

Esse avevano la forma a cilindro, sovrastate da un cappello tondo, alte circa 120 cm e dotate di un cannello metallico liscio. In basso vi era una vaschetta sovrastata da una semplice griglia di ferro dove all’occasione veniva posizionato il recipiente di raccolta.
Nei primi anni ’80 l’inevitabile spreco d’acqua che comportavano portò l’amministrazione comunale ad applicare, a quasi tutte queste fontanelle, un rubinetto. Ad alcune toccò una manopola rotonda in ottone, ad altre un nuovo cannello provvisto di pulsante (montato più in alto di quello vecchio, che a volte veniva rimosso). Tali dispositivi improvvisati ridussero moltissimo il consumo, ma oltre ad essere piuttosto antiestetici, l’acqua, non più corrente, non era più nemmeno fresca, e d’estate persino tiepida a causa delle parti metalliche surriscaldate.

Li dove ancora le fontane lucane sopravvivono, raccontano a chi le guarda la nostra storia, espressione di socialità fatta anche di scontri e diatribe.

Lungo le fontane infatti, si creavano sempre lunghe file di donne che con il secchio di ferro al braccio o l’orcio di terracotta sulla testa, si ritrovavano al consueto appuntamento, spesso aspettando il proprio turno per ore, fra chiacchiere e l’ultimo pettegolezzo da condividere.
Spesso capitava anche che, a causa del tempo d’attesa così lungo e l’enorme fila, le donne lasciavano in ‘pegno’ il loro secchio di latta per svolgere nel frattempo qualche faccenda domestica (un pò come oggi facciamo prendendo il numeretto alle poste o al bancone del supermercato) e se nel contempo si accorgevano che qualcuno aveva fatto il furbo, sorpassando o muovendo il secchio, allora sì che se ne vedevano delle belle!…Solo a pensarci viene da ridere.

Una fontana aperta e dunque custode di storie vecchie e nuove, è sempre un’occasione per arrivare, per ripartire, per condividere: Ci vediamo in piazzetta allora…alla fontana!…dove ci ritroveremo sempre a raccontare o raccontarci.

 

 

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